La casa degli specchi

La casa degli specchi

Tra ciò che accade e il modo in cui impariamo a guardarlo

La casa degli specchi non funziona perché deforma la realtà. Funziona perché, per qualche istante, ci fa dimenticare che stiamo guardando uno specchio. Finché succede, ogni riflesso sembra vero. Se uno specchio ci allunga, pensiamo di essere allungati. Se ci rimpicciolisce, ci sentiamo piccoli. Solo dopo qualche passo ci accorgiamo che il problema non è il nostro corpo, ma il vetro attraverso cui lo stiamo guardando. Spesso anche nella mente accade qualcosa di simile. Pensiamo spesso di osservare il mondo per quello che è. In realtà, ciò con cui entriamo in contatto non sono soltanto i fatti, ma il significato che attribuiamo loro. Un collega passa senza salutarci. Un messaggio resta senza risposta. Un amico annulla un appuntamento. Sono eventi. Ma l’esperienza che ne facciamo dipende anche dal modo in cui li interpretiamo. “Ce l’ha con me.” “Ho fatto qualcosa di sbagliato.” “Non sono abbastanza importante.” Il più delle volte queste interpretazioni sono così immediate da sembrare parte della realtà stessa. Non ci chiediamo se siano vere: le viviamo come evidenti. Eppure, se la stessa situazione venisse raccontata a dieci persone diverse, probabilmente nascerebbero dieci storie diverse. Questo non significa che “è tutto relativo” o che la realtà non esista. Significa, piuttosto, che ciascuno di noi la incontra attraverso il proprio modo di leggerla. Ed è qui che la metafora della casa degli specchi, forse, può aiutarci. Perché gli specchi non deformano tutti nello stesso modo. Ognuno di noi entra nella vita con specchi diversi. E questi specchi hanno una storia. Le interpretazioni che diamo agli eventi non nascono dal nulla. Si costruiscono lentamente, attraverso le esperienze che viviamo, le relazioni che ci hanno cresciuti, il modo in cui abbiamo imparato a proteggerci. Se per molto tempo hai sentito di dover essere impeccabile per sentirti apprezzato, è comprensibile che oggi un piccolo errore sembri enorme. Se hai imparato che mostrare fragilità significava essere ferito, è comprensibile che chiedere aiuto faccia così paura. Se l’imprevedibilità è stata una presenza costante nella tua storia, è comprensibile che oggi tu senta il bisogno di controllare tutto ciò che puoi. Quelle interpretazioni non sono comparse per caso. Sono state, almeno in un certo momento della tua vita, un modo per orientarti nel mondo. Forse ti hanno protetto. Forse ti hanno aiutato a dare un senso a esperienze difficili. Il problema nasce quando continuano a guidarti anche molto tempo dopo, in contesti completamente diversi da quelli in cui si sono formate. È un po’ come continuare a usare una vecchia mappa per orientarsi in una città che, nel frattempo, è cambiata. La strada che una volta era chiusa oggi è aperta. Ma noi continuiamo a evitarla. La terapia, in fondo, raramente consiste nel convincere qualcuno che i suoi pensieri siano “sbagliati”. Molto più spesso significa fermarsi a osservarli con curiosità.
Chiedersi da dove arrivano. Quando hanno iniziato a raccontare quella storia. E soprattutto se quella storia descrive ancora il presente o continua a parlare di un passato che, in qualche modo, è rimasto con noi. È un lavoro che richiede tempo. Perché quelle interpretazioni non sono semplici idee. Sono abitudini dello sguardo. Modi di leggere il mondo che abbiamo esercitato così tante volte da diventare automatici. Per questo cambiare non significa imparare a pensare positivo. Significa, piuttosto, accorgersi che esiste più di un modo di guardare la stessa scena. Che quell’immagine potrebbe essere solo una delle tante possibili. E che possiamo iniziare a verificarla, anziché darle automaticamente per vera. Forse la psicoterapia assomiglia proprio a questo. Non rompe gli specchi. Non promette di sostituirli con altri che riflettono un’immagine più rassicurante. Ci aiuta, lentamente, ad accorgerci che sono specchi. E quando questo accade succede qualcosa di importante. L’immagine può continuare a sembrarci reale. La paura può esserci ancora. Il dubbio anche. Ma, per la prima volta, tra noi e quell’immagine compare un piccolo spazio. Uno spazio sufficiente per fermarsi, respirare e domandarsi: “Sto guardando il mondo o sto guardando uno dei miei specchi?” Ed è proprio in quello spazio che inizia il cambiamento.
Redazione
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